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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


14 luglio 2014

Lo specchio rovesciato

Ma non era Mineo il problema? Il sabotatore Mineo, il traditore Mineo, il ricco Mineo? Allo stato attuale parrebbe proprio di no. Il problema sarebbe un altro, in realtà, e riguarderebbe adesso il metodo di elezione dei senatori, secondo uno schema deciso (dice il Corriere) in un incontro tra Forza Italia e Governo e riproposto nel testo di legge all’esame della Commissione. La norma in discussione prevede un’elezione col metodo proporzionale (art. 2), ma con il rispetto dei rapporti di forza già presenti all’interno dei consigli regionali. Non sarebbe la proporzionalità dei voti a fissare le quote dei senatori, ma queste ultime dovrebbero invece essere espressione delle rappresentanze regionali. Si scatterebbe, in sostanza, una specie di istantanea del Consiglio stesso, tale da prefissare (proporzionalmente) le quote elettive di ogni singolo raggruppamento in corsa.

Non basta. Sul sito del Corriere leggo che la norma transitoria prevede pure le liste bloccate. Così che il voto dei consiglieri regionali non solo è costretto in quote proporzionali prefissate, ma è ulteriormente compresso da nominativi già indicati dai capigruppo e, ancor più su, dai vertici di partito locali e nazionali: Renzi e Berlusconi insomma. Come dire: dal Patto del Nazareno al Patto del Nazareno passando per un Senato ingessato nelle quote e nelle liste bloccate. Altro che nominati, questi sono scelti a intuitu personae: per fedeltà, perché hanno famiglia, perché hanno un mutuo, perché il tenore di vita è molto alto e non basterebbe un lavoretto da impiegato a soddisfarlo.

Se permanesse questo schema forzista-renziano, figlio del Patto del Nazareno, non sarà più l’assemblea elettiva a fotografare come d’obbligo la società e le sue proporzionate opinioni, ma queste ultime a riflettere le quote elettive (nomi compresi) fissate dai vertici locali e nazionali dei partiti. Un ribaltamento dello specchio, un vero cambio verso, non c’è che dire. Per di più con il consenso plebiscitario degli elettori stessi. Che conteranno sempre meno, apparendone persino lieti stando ai sondaggi. Vedo già i commenti: basta con questo Senato di chiacchieroni, il lavoro è il vero problema! Ecco, oggi la democrazia è diventata un problema (non più una risorsa). Ve li meritate i leader mascellari. Altro che.


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14 luglio 2014

La sineddoche renziana

La domanda è: giocare al doppio (o triplo forno) è la stessa cosa che lavorare a un patto unitario, istituzionale, davvero coinvolgente e paritario per tutti? Me lo chiedo perché, quando si accenna al ‘patto’ Renzi-Berlusconi, si risponde sempre: le riforme istituzionali si fanno anche con l’opposizione. Che sarebbe anche corretto se la locuzione “farle con l’opposizione” non significasse, di fatto, mettersi al centro dello schieramento per giocare di sponda o a rimpiattino con le altre forze politiche. I due ( o tre) forni, appunto. O la scelta di fare le riforme assieme adotta il metodo del grande dibattito politico-istituzionale attorno a un progetto emendabile, oppure è solo manovra politica, tatticismo, una sorta di domino per assicurarsi un predominio duraturo. Non è differenza di poco conto. Per usare il linguaggio renziano: o si tenta un selfie generale, oppure si fanno tante fotografie distinte e le si pone in competizione tra loro (pur preferendo quella del Nazareno). Non che la ‘competizione’ debba scomparire, pur all’interno di una vasta discussione unitaria. Ma che si utilizzi un forno contro l’altro, chiamando questa pratica “fare le riforme con l’opposizione”, appare davvero una furbizia retorica.

Per di più, uno dei due (o tre) forni appare decisamente avvantaggiato rispetto all’altro. C’è un patto così stretto (e segreto) con Berlusconi da far pensare che quello sia l’unico forno crepitante del fornarino Renzi. E il resto sia schermaglia, noiosa questione da dirimere al più presto per sgomberare il campo. Ora, è chiaro che Grillo vuole inserirsi come un cuneo in quel patto, per rompere le uova nel paniere del premier. Ma è pur vero che definire l’accordo con l’ex Cavaliere come “accordo unitario per le riforme” appare un’esagerazione. Una specie di sineddoche, dove la parte (Forza Italia) è chiamata a indicare il tutto (il sistema politico istituzionale italiano nella sua interezza, ossia maggioranza più opposizione); col risultato di tante parti (forni) che rimbalzano l’una sull’altro, tipo le macchine a scontro dei Luna Park, e le esigenze di manovra politica che prevalgono rispetto a quella primaria, fondamentale di offrire al Paese una riforma istituzionale equa, efficace e all'altezza dei tempi.

Perché il punto è anche questo: la riforma deve produrre un sistema istituzionale migliore dell’attuale! Non uno purchessia e che si limiti a garantire un 'vincente' assoluto. Ma un sistema che sia più equo, più efficace, capace di rispondere alla crisi di rappresentanza, al distacco dei cittadini dalla politica, non solo alla volontà di trasformare un semplice premier in un dominus istituzionale. E certo la politica dei due forni non aiuta in questa senso, perché il progetto in discussione si ascrive tutto dentro la manovra politica, quasi bellica, di questa fase, ed esclude una discussione in ampio consesso. Insomma, una cosa è fare un lavoro certosino all’interno di una bicamerale, un’altra è presentare il patto del Nazareno tra soggetti circoscritti come un’operazione unitaria in vista di una riforma costituzionale ampiamente condivisa ed epocale. Sono cose distinte, ben distinte. Almeno lo si sappia.


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10 luglio 2014

Gli sfigati e gli esseri ammiccanti

C’è chi ha scritto su fb che la parola ‘rosiconi’ non basterebbe più, mentre la parola giusta sarebbe #sfigati” (con tanto di hastag). Il riferimento è a quelli che restano all’opposizione di Renzi in modo strenuo, nonostante circolino numerosissimi carri stracolmi di renziani dalla prima alla 24° ora (compresa quella legale). Sfigati insomma, tutta gente che non capisce dove fischia il vento e che si contenta di giocare la sua partitina da disagiato ed emarginato della politica, invece di cogliere la mela dei tempi nuovi e divorarla con un morso solo. Gente magari in malafede, armata di pregiudizi; sabotatori, che mettono sabbia negli ingranaggi. Eccoli gli #sfigati. Una volta avremmo detto, più rispettosamente, dissidenti, oppositori, voci fuori dal coro, opinioni comunque preziose vista la necessità di capire, anche a contrasto, senso e valore delle idee temporaneamente vincenti. Nessuno, per capirci, definì ‘sfigati’ gli oppositori del manifesto: si fece di peggio e di ancor più sbagliato, certo, li si cacciò dal PCI, ma c’era più rispetto e più dignità in quel gesto drammatico che nel definire sfigati chi non si adegua, magari ammiccando al vicino di carro, come a dire: sono proprio degli stupidotti, non capiscono nemmeno quale sia la direzione giusta del vento, questi non vinceranno mai niente. Niente! Certo, qualche ‘sfigato’ è stato cacciato, e accompagnato alla porta della Commissione parlamentare, ma nella mente del capo non si trattava di un vero dissidente, era solo uno ‘sfigato’, uno superato dalla novità dei tempi e sorpassato dai carri, intento a combattere coi mulini a vento. Un perdente, insomma, uno che non capisce. Uno lento. Uno che va scansato da lì alla prima parola di troppo.

Cari sfigati (rosiconi, perdenti, frenatori, sabotatori: fate voi.) non abbiate timore di esserlo. La grande politica si fa pure con le vostre idee, grazie a esse, con le sfumature che portate in dote, con i dubbi, le critiche, le perplessità che vi lasciano inquieti, e solo un maldestro condottiero e maldestri pretoriani della politica possono pensare che un esercito è più forte se solido come marmo. In realtà, diceva Mao, è proprio il tronco all’apparenza più resistente a spezzarsi dinanzi a un vento impetuoso, mentre le canne cedono al primo soffio ma tornano al loro posto quando la ventata è cessata. Datemi retta. Vedrete i solidi e rigidi carri dei vincitori sbandare alla prima curva e alla prima raffica vera. Vedrete gli occupanti dei carri scendere alla immediata ricerca di nuovi trabiccoli. I più antirenziani saranno proprio quelli che Renzi lo hanno portato in braccio (magari dopo aver votato per altri alle primarie e aver cancellato i post e i commenti più compromettenti) per poi scaraventarlo giù dal dirupo alle prime avvisaglie di sconfitta, come un altro sfigato qualsiasi. Perché questo distingue gli sfigati dai vincenti: i primi combattono le loro battaglie in modo lineare e trasparente, senza timore della sconfitta, mettendola persino nel conto, senza drammi. I secondi no, i secondo debbono essere SEMPRE vincenti, mai rosicare, mai seguire a piedi, seppur orgogliosamente, i trionfatori a quattro ruote. Perché i vincenti devono essere sempre vincenti, a tutte le condizioni e latitudini possibili. E passano poi a sdegnare gli sconfitti. Ne ho visti molti così: gente che ha traversato l’intero arco dello scibile politico, acrobati cinici, estrosi saltimbanchi che alla parola ‘valore’ saltano spauriti e si guardano dietro timorosi, nel timore di esserne assaliti. Gente che mi ha sempre guardato dall’alto della sua ‘vittoriosità’ qualunque fosse la battaglia sostenuta, qualunque fossero le idee in campo, qualunque lo schieramento. Sempre vincenti, quasi pregiudizialmente. A priori, direbbe Kant. Ebbene, messa così, non vi sembrano proprio questi antiromantici della politica, questi attori disincantati della loro stessa medesima commedia, questi esseri ammiccanti (direbbe Nietzsche) i veri sfigati? Io dico di sì.


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9 luglio 2014

Il generale

Scrive Francesco Bei che le critiche all’Italicum che arrivano a Renzi dalla sinistra del PD quasi lo galvanizzano. E che adesso partirà la controffensiva contro i ‘frenatori’, che diventeranno così i ‘sabotatori’ non delle ‘riforme’ ma dell’Italia tout court. Al telefono, pare che il premier abbia stretto ancor più il ‘patto’ con Berlusconi (l’altro ‘patto’ è quello con la Merkel), assicurandosi il fronte sul lato di Forza Italia. Ora Renzi farà scattare il fronte interno, chiamando a raccolta il partito contro gli oppositori. La manovra è sempre la stessa, la maggioranza renziana del PD che chiede ai parlamentari sostanzialmente di chinare il capo. Una ‘mossa’ che alle prossime politiche non sarà più necessaria visto che, nella testa del premier, maggioranza interna e parlamentare coincideranno in modo martellante. D’altronde, il ‘patto’ con la Merkel (riforme in cambio di flessibilità) regge solo se regge il ‘patto’ con Berlusconi e se il PD risponde come un sol uomo al suo segretario-premier e ai ‘patti’ che stipula, senza più frenator-sabotatori a rompere le uova nel paniere.

Raccontata così dà non dà l’impressione di una manovra politica, piuttosto di una manovra di campo (‘campo’ d’altronde è un termine che sta divenendo molto renziano). Manovra di campo in senso bellico. Non c’è nulla della mediazione politica, né del vicendevole ascolto, tanto meno della trattativa in cui reciprocamente ci si legittima in vista di un obiettivo comune. No. No davvero. Il linguaggio, la fenomenologia, gli atteggiamenti, gli stili, le ‘pose’ sono quelle del generale, degli stati maggiori, degli ufficiali di complemento e dei soldatini che marciano nel fango sotto le granate. E poi ci sono i sabotatori, i disfattisti, quelli che non vogliono il bene dell’Italia. E poi, ancora, la vecchia guardia accusata di sabotaggio, la palude in cui si rischia di restare impantanati, i patti (meglio se col nemico), la rete diplomatica e le grandi alleanze, il fronte che si muove, si spacca, arretra o avanza. L’Aula come metafora della grande pianura dove gli eserciti si affrontano. La tenda dove i generali elaborano strategie. Le ripicche, le stilettate, i colpi bassi, la rottamazione, la gloria, la macchina del fango, il petto in avanti, i grandi discorsi alle truppe, la fortuna che arride agli audaci.

Questa è la grande novità renziana. Trasformare l’aspetto dialettico della politica in mera tenzone. Il dialogo politico in una rete di ‘patti’ e di accordi. Rendere l’anima della politica un’anima bellica. Pensare al bene comune come al frutto di una ‘vittoria’ bellico-mediatica. Chiamare a raccolta i fedelissimi dragoni contro gli infedeli, i congiuratori, i sobillatori, i disfattisti. Che la guerra fosse la prosecuzione della politica con altri mezzi, era noto da tempo. Ma non voleva dire che alla politica si dovesse sostituire la guerra! Al contrario. La celebre formula significa che la guerra è guerra, ma che è sempre la politica a dettare i tempi: PROSECUZIONE della politica! Churchill, insomma. Non che al sopraggiungere della guerra la politica (l’intelligenza diplomatica della politica, la sua razionalità discorsiva) debba cadere in un silenzio ostinato e assistere inerte allo scempio. Oggi pare di essere dinanzi a un tavolo dove il generale indica una mappa piena di bandierine, i fedelissimi ascoltano, e tutto il resto deve essere silenzio.

Si sa che fu il generale inverno a battere Napoleone, ossia i tempi lunghi, dilatati, le naturali fasi della politica, come un destino che batte alle porte. Si sa pure che la politica non è soltanto ‘manovra’ o ‘rapporti di forza’. E che due dei più grandi politici di questi ultimi quaranta anni (Moro e Berlinguer) erano tutto meno che coatti baldanzosi pronti a fare il grugno davanti al ‘sabotatore’ eventuale. Se tutto questo non fosse chiaro, allora è possibile che le cose si complichino e i tempi si allunghino un po’ troppo, e prima o poi cali il gelo. Diverso sarebbe se oltre all’arte dell’eloquio il premier conoscesse anche quella dell’ascolto e della temperanza. La migliore parola possibile non è quella che fuoriesce dalla bocca, ma quella che entra nell’orecchio. Soprattutto se si tratta di cambiare le basi costituzionali del Paese.


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9 luglio 2014

I filamenti e lo specchio

Se c’è una cosa che rappresenta l’essenza della politica renziana è la sua ricerca di ‘fili diretti’. Tra Capo e Popolo, ad esempio. Tra il leader di maggioranza e quello di opposizione, anche. Tra il Capo e i Media. Pure il web è interpretato come lo spazio per parlare ‘direttamente’ al popolo internettiano. Meglio se con twitter: un ‘social’ rapido, veloce, sintetico, striminzito, una specie di ‘suntino’ telematico che riduce all’essenziale parole, caratteri e analisi. E poi si fanno i selfie, che sono un modo per circoscrivere ancora di più il rapporto con gli altri: tutti chiusi in una cornice dove la mediazione è ridotta a zero. Il disprezzo per i corpi intermedi è un tassello di questa smania per i fili diretti. Quello per chi argomenta la propria opposizione è un altro tassello. Meglio parlare a braccio, inoltre, non c’è la mediazione del testo, ma c’è una rappresentazione del sé quasi istantanea. La fretta, il dinamismo, gli annunci, le scadenze sono ennesimi mattoncini di questo edificio renziano, altri pezzi che puntano a demolire tutto ciò che rassomigli, anche solo vagamente, al senso e alla pratica della mediazione oppure si confonda con gli incastri tipici della complessità del linguaggio.

Anche in politica estera il copione è lo stesso. A proposito della baruffa di questi giorni tra Italia e Germania, il nostro Paese, secondo il ministro Mogherini, "sta esercitando un peso europeo nuovo, che apre interessanti possibilità". Non contano le polemiche. L'importante è avere un "filo diretto" con Berlino. Ecco, appunto. "C'è un filo diretto tra Italia e Germania, tra me ed il ministro degli Esteri Steinmeier e tra Matteo e Angela Merkel” ha ribadito. Poco importa che il dibattito possa estendersi ad altre istituzioni italo-tedesche. Va, invece, salvaguardato il ‘filo diretto’ tra pari, lo schema a specchio: tra i due premier, tra i due ministri degli esteri, tra Padoan e Schaeuble. In fondo è uno schema logico facile facile: si parla tra eguali e ci si specchia a vicenda. In sede interna il Capo diventa il vertice di una trama comunicativa molto lineare, che diparte sempre da lui o per lui, e che scavalca tutto e tutti per giungere ancora vergine al Popolo o agli esecutori. La comunicazione è una sorta di impulso diretto che trapassa come una saetta il reale (intermedio) per colpire seccamente i referenti (finali). La rete e la complessità dei flussi sono semplicemente ignoratI, attraversatI, trivellatI dai fili diretti o dai messaggi diretti. Il concetto di leadership è portato agli estremi, quello di Popolo pure. Estremi che cancellano i medi. La complessità degli apparati di mezzo, i quali garantiscono equilibrio alle istituzioni e ai processi democratici (sottolineo: democratici), è semplicemente scansata. Diviene indifferente se non concepita come dannosa. Nel giubilo generale, ovviamente. Perché al Popolo non sembra vero che tutto si diradi e il Capo si rivolga a esso con dolce eloquio e lo lusinghi.

Quanto può durare una cosa così? Quanto può proseguire questo allegro e rischioso galleggiamento sul pelo della realtà reale, complessa per natura? Posso capire l’illusione comunicativa di una trama semplificata alla maniera scolastica, prima che ci addentri necessariamente nella molteplicità dei piani e delle strutture. Ma in politica, nel governo di una società tutt’altro che semplificabile, quanto può durare un giochino così? Davvero basta scivolare a specchio sul magma dei corpi intermedi e illudersi che, eliminandoli o ignorandoli, la nave continui ad andare? Questa smania di semplificare sembra pervadere i nuovi filosofi al governo. Ma non si stratta di una semplificazione virtuosa (che elimina le ridondanze, che asciuga i testi, che isola meglio i concetti). No. Si tratta di un semplificare che sfronda, taglia linearmente e soprattutto cambia verso allo schema linguistico, lo ribalta, riducendolo a poche linee di collegamento, pure rudimentali, e a pochi e striminziti ‘fili diretti’ (che nascondono, però, un gran ciarlare nelle segrete stanze, laddove i cittadini non occhieggiano nemmeno, altro che streaming). Non solo: il filo diretto è sempre tra eguali, o tra enti che tendono all’eguaglianza: i due premier, oppure il Capo e il SUO Popolo. Il molteplice (ossia il diverso, il differente, l’oppositore, la voce discorde, stonata) non rientra nello schema lineare. Il modello resta lo specchio (Renzi di fronte alla Merkel), che è pure simbolo di un ‘Io’ spropositato. Sovrabbondante. Generazione Narciso, insomma, altro che Telemaco.


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3 luglio 2014

Telemacheide

[L_Antonio è riuscito ad avere la trascrizione di un dialogo intercorso tra Renzi e il suo Ghost writer quando si accese la questione Telemaco. Questa è la versione romanesca rispetto all’originale stilNOVISTA. Buona lettura]

Telemacheide

(Dialoghetto tra Renzi e il suo ghost writer)

Renzi: Ehi, com’è ‘sta storia de Telemaco?

G.W.: Telemaco? E co’ cchi gioca? Coll’Olimpiakòs?

R. Ma sì, daje, quella cosa dell’Iliade, dell’odissea… Oggi mi sono fatto un selfie con uno che me ne ha parlato, Recalcati mi pare… te lo ricordi Recalcati dell’Oransoda Cantù, la pallacanestro… Be’ non c’entra niente… ah, ah…

 G.W. Ah, ah! Grande! [battono il cinque]

R. Insomma, Telemaco. Era, tipo, roba di scuola, ma mi dicono sia tornato in auge…

G.W. Dici? Aspetta, vado su Google. [picchiettio di tasti] Eccolo qui. ‘Sto Recalcati ha scritto un libro, ‘mo rimedio un suntino.

R. Bravo, bravo. Suntina. Che poi mi dici. Magari lo butto dentro a un discorsetto.

G.W. Ah, ecco qua. Dice che il padre sarebbe tramontato, che non c’è più conflitto generazionale… e ci sarebbe invece bisogno di padri, anzi c’è una domanda inedita di padre, una specie di nuovo Ulisse che venga dal mare e sistemi tutto. Alé.

R. [perplesso] Scusa, e la rottamazione? Qui mi ribaltano tutta la linea politica…

G.W. In effetti… [volto esitante]

R. A meno che… a meno che… [mumble mumble] non faccio un bel cambio verso e dopo averli rottamati, chiedo ai padri di darci una mano…

G.W. Cambioverso? Ribaltone direi…

R. Ma no! Non sarebbe nemmeno un cambio verso… In fondo io non ho rottamato proprio nessuno, pensa un po’. Ho fatto solo un po’ di generica caciara, pur di finire nei pastoni politici e sulle prime pagine… Pensa un po’, a me dei padri non è che importi granché. Uccidere il padre, Edipo: tutte ‘ste cose freudiane so du’ palle. E che Freud gioca con la Fiorentina? Ah, ah!

G. W. Ah, ah! Mi fai scompisciare Maty! Oh Fiorentinaaaaaaa! Grande [battono il cinque]

R. Ma che faceva ‘sto Telemaco? [sguardo poco sveglio]

G.W. Aspettava che tornasse Ulisse, all’incirca. Perché ciaveva casa invasa dai Proci, e non sapeva ‘ndo mettese le mano…

R. I Proci? I Procioni? ma chi gli orsetti lavatori? Ah, ah! [battono il cinque]

G.W. [si riprende un po’ dal ridere] Dunque, uhm, Telemaco è il bravo figlio che aspetta e Ulisse quello che ricompare dopo venti anni a togliere le castagne dal fuoco.

R. Ah, ecco. Oggi servirebbe un altro Ulisse, insomma.

G.W. Più di uno magari...

R. E noi giovani saremmo qui a invocare il padre, a chiedere un padre…

G.W. Eggià [intanto cazzeggia su facebook nel gruppo segreto ‘Kurt Hamrin’]

R. [ci pensa un po'] Occhei, ecco il punto: ‘sti padri devono da fa qualcosa sennò li rottamamo a tutti. E se sbrigassero pure. Ce l’hai ‘no storytelling a portata de mano, pure na cosa da du’ sordi, tanto i giornali bevono tutto. Se so’ bevuti pure le barzellette di Silvio, pensa un po’…

G. W. Maty, dormi senza penzieri, uno storytelling nun se nega a nessuno, come ‘na firma sotto un ordine del giorno… ah, ah!

R. Ecco bravo! ’Na cosa tipo: siamo la generazione Telemaco, noi aspettamo e voi dateve da fa!  Ah rottamati, dovete lavorà! Tiè! [gesto dell’ombrello]

G.W. Grandeee Matyyyy! [battono il cinque] Pensavo proprio a una cosa così! Magari tela ficco dentro al discorsetto di Strasburgo. Già vedo i giornali che scrivono solo di quello, secondo me interpellano pure la Cantarella.

R. ‘nfatti. Ah, ah!

G.W.  Così tutti parlano di Telemaco dopo aver consultato al volo Google, e del rigore e della flessibilità tu ne parli tranquillo dopo, con comodo, in qualche stanzuccia con la Merkel…

R. La Merkel? Ahò senti questa, me l'hanno detta a un selfie ieri: “Rigore è quando Merkel fischia!”. Forte, no?

G.W. Grandissimo Maty! [battono il cinque] Damme retta: li sfonnamo in Europa, ne so’ sicuro!

R. Li sfonnamo?Li ROTTAMAMO tutti, altro che! Famo un macello!


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permalink | inviato da L_Antonio il 3/7/2014 alle 9:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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